Girolamo e Beatrice:
Racconti di una storia vera . . .

I coniugi, entrambi coscritti della classe 1896, Cornetti Girolamo e Traversi Beatrice trascorsero la loro vita in una zona, a quel tempo depressa, della pianura Padana, la “Bassa Bresciana“, dove il confine con la provincia di Cremona è percorso dal fiume Oglio. Quinzano d’Oglio è il paese dove i nonni erano nati e vissuti. Cornetti Girolamo, allevatore di mucche da latte ed agricoltore con campi in affitto. Traversi Beatrice, casalinga e madre di sei figli; Agnese era il nome della bambina che morì in tenera età. Pertanto una famiglia con cinque figli: Battista, Paola,Bruno, ed i gemelli Angelo e Giuseppe.

La loro esistenza si snodava nel tempo compreso fra le due guerre mondiali. Una vita il cui filo incontrava, spesso, nodi talmente stretti da soffocare la speranza. Il primo nodo era allevare la famiglia, quella famiglia che papà Girolamo incontrava all’alba di ogni giorno: senza far rumore scopriva la testa dei suoi bambini, nascosti sotto le coperte, col timore di svegliarli, li accarezzava. Girolamo e Beatrice erano soliti soffermarsi per la colazione, latte e polenta, quello era il loro momento, anche, per organizzare la giornata e parlare dei bisogni dei loro ragazzi. Girolamo, appena fuori casa, scrutava attentamente il cielo, con le nuvole o col sereno, col cappello fra le mani, ringraziava il Padre Eterno, per il creato messogli gratuitamente a disposizione, per una nuova giornata. Il cielo alto della Bassa, soprattutto nelle mattinate primaverili, quando l’alba sta ancora spegnendo i luminari della notte, sembra la volta di un grande tempio, affrescato con tinte rosse che già fanno intravedere il giallo splendente dei raggi solari. Chinò il capo a tanto spettacolo ed ai suoi piedi vide la semina che già stava colorando di verde i campi.

La brezza del mattino che ogni foglia sveglia, gli rinfrescò il viso e gli fece scuotere il corpo. In quel momento la gioia gli faceva esplodere il cuore, mentre la speranza prendeva il sopravvento sui tristi pensieri della notte, e la voglia di iniziare il lavoro giornaliero diventava il suo desiderio. Il lavoro di papà Girolamo esauriva tutto il suo tempo e, spesso, prima di coricarsi la stanchezza si mescolava con la preghiera. Forse non aveva mai letto le sacre scritture ma la partecipazione assidua alla Santa Messa della Domenica e delle altre festività, era il precetto che non voleva e non poteva trasgredire. Doveva mantenere viva una tradizione cristiana trasmessagli dai suoi genitori, avvertiva la responsabilità d’essere d’esempio e le sue azioni erano sempre ben soppesate. Lavorava ed invecchiava in armonia con la natura: sapeva quando il platano doveva essere potato, sapeva quando concimare e scegliere i giorni della semina, e nel contempo vedeva ingigantirsi i gelsi e la quercia che lui stesso aveva piantato. Tutto ciò lo faceva parte integrante di un progetto che non gli apparteneva.

Chi osò, osa od oserà prendersi cura di questo meraviglioso creato ne fu, ne è e ne sarà coinvolto, a tal punto che la sua saggezza, la sua intelligenza e la sua sensibilità furono, sono e saranno sempre ben evidenti in ogni sua azione. Saremo giudicati non per ciò che siamo ma per ciò che facciamo; Girumì ripeteva spesso questa frase a conoscenti ed amici. La sua economia era basata sul risparmio e così anche mamma Beatrice ogni cosa possibile la faceva in casa: dal mangiare, con quegli animali da cortile che ovunque razzolavano, a quei necessari abiti in continuazione riciclati, rappezzati e ricuciti. Girolamo amava talmente il suo ambiente ed il suo gran mestiere da percepirlo come una vocazione. Purtroppo la povertà dei contadini la avvertiva, la palpava tutti i giorni ma, soprattutto, la competizione con l’altro mondo era impari. Tutti gli anni quanto sudore con pochi risultati, gli sembrava che col seme del grano venisse interrata anche la miseria e poi con la mietitura venisse raccolta anche la povertà.

Quelle terre in affitto gli prosciugavano le vene. Girolamo si sentiva tradito e poi la tentazione di mollare tutto, un groppo che lo strozzava. Tutto ciò in cui aveva creduto: onestà, fatica, tanta fatica e poi amare tutti e tutto, nel rispetto dei comandi di Dio, non portava alcun risultato al benessere della sua famiglia. Girolamo avvertiva una sorta di abbandono. La risposta a questo scoramento non si fece attendere e giunse con un temporale che tracollò il maggengo. Una vita impregnata di rabbia e di coraggio. Girolamo allora decise di frequentare altra gente, gente che viveva la piazza del mercato, che sapeva di economia, di diritti e di doveri. Si associò e fondarono la Coltivatori Diretti, divenendone un membro impegnato e rispettato. Iniziava per papà Girolamo una nuova vitalità, non gli bastava più quell’esistenza rinchiusa nel recinto dei suoi animali e racchiusa in quegli abiti sporchi. Riuscì con ulteriori sacrifici a curare sempre la sua azienda ma nel contempo, se lo ricordavano, cambiare di frequente i pantaloni per correre a difendere gli interessi del mondo contadino, di quel mondo che aveva saputo sfamare l’Italia e che l’Italia sfamata stava dimenticando.

"il profumo del pane fresco di cottura inondava tutta la piazzetta
eravamo veramente contenti ed orgogliosi del nostro pane"

I figli di Girolamo e di Beatrice si sposarono e molte cose cambiarono ed in fretta. Si sentirono spiazzati da questi avvenimenti, nonostante fossero così attenti al tempo, che nella sua inarrestabile corsa muta le stagioni, si trovarono impreparati ad affrontare l’ultima stagione della loro vita. Cercarono di trattenere in famiglia ancora alcuni dei loro figli anche se già sposati. Battista e Concetta Mondini a quel tempo avevano già 5 figli: Virgilio, Agnese, Alessandro, Beatrice e Luigi. Paola e Dino Nicola ebbero 3 figli: Nica, Sergio e Gianluigi. Bruno e Teresa Gellari ebbero 3 figli: Anna, Attilio e Delia. Angelo e Gabriella Amighetti ebbero 2 figli: Bortolo e Daniela. Giuseppe e Franca ebbero 1 figlia: Cristina. Battista cercò un’attività diversa, fuori dall’azienda agricola che già occupava i fratelli gemelli Angelo e Giuseppe. Infatti rilevò il negozio di generi alimentari, con annessa forneria, sito nell’angolo della piazzetta antistante il portone di accesso alla cascina stessa.

L’economia, di queste due attività, ancora faceva capo al nonno Girolamo. Il negozio era gestito dalla mamma Concetta con l’aiuto saltuario della nonna Rosa, mentre Battista si interessava del forno del pane. Agnese ben si ricorda questo periodo soprattutto nel descrivere l’impegno che lei, il fratello Virgilio e poi Alessandro dovevano affrontare tutti i giorni: uscivamo di corsa dalla scuola, a quel tempo le lezioni terminavano alle 11,30, raggiungevamo la forneria dove già pronte c’erano le gerle colme di pane, posto in sacchetti, da consegnare entro mezzo giorno. Salivamo sulle biciclette ci caricavano le gerle sulle spalle, ancora troppo piccole, e via per il paese, era una gara a chi rientrava per primo.

A volte per aiutare nostro padre ci alzavamo alle quattro della notte, il profumo del pane fresco di cottura inondava tutta la piazzetta eravamo veramente contenti ed orgogliosi del nostro pane. Purtroppo la povertà in quegli anni sessanta era diffusa, soprattutto, in questi paesi di campagna, troppo isolati dalle città che già si stavano industrializzando, quindi spesso i conti non tornavano. I famosi libretti che le famiglie usavano per ricordare la spesa fatta ed il debito contratto, a volte, ritornavano illeggibili, aggrediti da macchie d’olio, di vino e unti vari, di tutto ciò che certificava un’ onesta povertà, anche se a volte, affiorava la furbizia. Non si comprendeva sino a che punto il negozio fosse di aiuto all’attività agricola o viceversa.

Sta di fatto che di frequente Virgilio era costretto a salire le scale del comune per far dilazionare le scadenze dei pagamenti ai vari fornitori. Mi viene da ricordare il Dante, che per altri motivi, annotava: come sa di sale il salire e lo scendere l’altrui scale. A malincuore venne lasciato il negozio, mentre l’attività agricola si ridimensionò drasticamente, ed i gemelli Angelo e Giuseppe dovettero cercare lavoro altrove. Si dovette lasciare il cascinale in paese per trasferirsi, in affitto, alle “ fontane” una cascina in mezzo alla campagna: dal provinciale che da Quinzano d’Oglio va a Borgo S. Giacomo, si prende la seconda strada sterrata che porta giù verso i campi Quel Sant Martino del 1959, Luigino aveva cinque anni, ricorda com’era vestito: indossavo calzoni corti con calzettoni lunghi ed un mongomeri con cappuccio calato sulla testa, china. Ero talmente turbato dall’avvenimento che il mio corpo paralizzato non mi consentiva di effettuare alcun movimento, quando tutti indaffarati caricavano, sul carro, mobili ed ogni altra cosa.

"ogni giorno che passava l’appetito aumentava"

In quel cortile, negli sguardi di tutti, la tristezza, come la nebbia, non era possibile scacciarla. I nonni Girolamo e Beatrice seguirono la famiglia più numerosa del figlio Battista e Concetta, consapevoli che sarebbero stati ancora di aiuto. Quando si pensava che peggio non poteva andare ecco un nuovo temporale: mamma Concetta era in cinta per la sesta volta. Nacquero due gemelli: Cesare e Giuseppe. Ed anche qui mi vien da dire, pensando al temporale: i figli del tuono. Ma come si sapeva e sempre si saprà: ognuno arriva col proprio fagotto. Il temporale passò ed il cielo si fece ancor più terso, mentre dalla terra, da tutti gli elementi del creato, si sprigionò fresca energia per affrontare nuove difficoltà. Agnese ricorda: giornate assolate con bambini chiassosi, sempre a ricorrersi nel cortile o nei prati adiacenti a quell’abitazione priva di comodità, poi, tutti in fila, nel boschetto, davanti alla finestra della cucina dove mamma Concetta distribuiva patate fritte, frittate d’uova con verdure varie ed ogni altra cosa che, grazie a Dio, si traduceva in tanta salute.

Alle “ fontane “ ogni giorno che passava l’appetito aumentava. Allora mamma Concetta e nonna Beatrice costruirono un pollaio di galline, tacchini ed oche. C’era un pollivendolo che in cambio di una gallina nostrana dava tre polli d’allevamento e per una tacchina ne dava quattro ed il baratto era ancor più vantaggioso per un grosso cappone ed ancor più per un’oca. Nonna Beatrice era specializzata nell’ingozzare le oche e nel trasformare dei ridenti galletti in tristi capponi. Agnese ancora ricorda: durante le vacanze estive con Beatrice e Luigino, andavamo a pascolare le oche e le tacchine lungo le strade sterrate che portavano nei campi, mentre le anatre sguazzavano nel fossato; poi, verso sera, tutti gli animali venivano rinchiusi nel serraglio. Dopo qualche anno alla comitiva del pascolo delle oche si unirono anche i gemelli Cesare e Giuseppe, sistemati in una carriola, li portavamo a godersi la frescura del fossato e giocare nelle sue limpide acque. Quell’acqua gratuita era una risorsa impagabile, infatti, “ al laander”, un’asse ben posizionata ed ancorata alla riva, permetteva alla mamma Concetta di lavare ceste stracolme di panni, pannolini e tante altre cose, in quell’acqua corrente, sempre pulita.

Alessandro racconta: alle fontane non avevo ancora nove anni e già ero chiamato ad aiutare il mandriano. Quindi alle cinque del mattino, di tutti i giorni della settimana, dovevo uscire dal letto per entrare in stalla e, purtroppo, queste ore di sonno perso le recuperavo a scuola. Il papà Battista lavorava a Milano ed ogni mattina di buon’ora, in vespa raggiungeva Borgo San Giacomo da dove partiva la corriera per Milano. Iniziò in quel periodo la vendita di salami che Battista trasportava, con una valigia, a Milano e che distribuiva a sue conoscenze. Agnese racconta: lunghe serate imbevute dall’odore aspro di budella immerse nell’aceto e le donne sedute intorno al tavolo di casa, indossavano grembiuli di ogni sorta per evitare di bagnarsi durante l’uso di un bastone ben levigato “ la canela” per cucire le budella.

La mamma accudiva, anche, la stufa a legna, non doveva assolutamente spegnersi, il freddo si faceva sentire anche se sulle spalle portavamo mantelline di lana. I piedi e le gambe sentivano il freddo provenire dalle varie fessure della porta ed allora io mi sedevo sul tavolo ed appoggiando i piedi sulla seggiola li infilavo sotto le gambe della nonna Beatrice. Maria, invece, anche lei seduta sul tavolo lo faceva, soprattutto, per avvicinarsi alla sola lampada esistente in quella stanza. Nonna Beatrice, dopo aver ascoltato tutte le novità nonché i vari presagi o pronostici, iniziava la recita del rosario ed allora ognuna, pregando, cercava la propria intimità spirituale. Quando il maiale macellato, macinato e quindi insaccato nelle budella veniva appeso al soffitto per l’asciugatura e la sua maturazione, era giunta l’ora per una cenetta fatta di polenta abbrustolita e (grepole) ciccioli, un bicchier di vino e tanta festa nel rivangare ricordi. L’allevamento del baco da seta era abbastanza diffuso in particolare nei cascinali dove esistevano le “murere”: filari di gelso che fiancheggiavano strade sterrate, fossati o delimitavano i campi.

"...un miracol, se se prope un miracol"

Alle “fontane” con l’arrivo della primavera nonno Girolamo acquistava dalle 6 alle 8 once di bachi. Per una quindicina di giorni i bachi venivano tenuti al caldo in casa sulle “ scalere” , poi, per il loro enorme sviluppo e per la loro voracità, i bachi venivano messi sui “ cavalloni” posti sul fienile e sotto il portico, per altri 30 giorni dovevano essere alimentati giornalmente con foglie fresche di gelso. Beatrice ricorda: noi bambini ci arrampicavamo su questi rigogliosi gelsi e coglievamo le foglie che mettevamo in sacchi le “piline”. Quando il baco, ormai cresciuto, doveva imboscarsi, era necessario, allora, tagliare i rami del gelso “ampole” rigogliosi di grandi foglie verde lucente.

Questi voluminosi fasci messi sulla schiena, ci opprimevano, li dovevamo portare sul carro che ci attendeva alla capedagna del campo. Quando di domenica, col carro, passavamo per il paese, ci nascondevamo sotto le fronde per non essere visti dalla gente che usciva dalla Santa Messa, ci sentivamo a disagio per non poter rispettare il riposo settimanale. Agnese ricorda: questo lavoro, della durata di circa 45 giorni, movimentava tutta la mia famiglia ed anche i nonni Girolamo e Beatrice che sorvegliavano costantemente la crescita dei bachi. Finalmente il bozzolo bianco da raccogliere, tutti seduti sotto il portico con grossi grembiuli sulle gambe, dovevamo liberare il bozzolo dal groviglio di rami secchi. Il giorno della consegna delle “galete”, al consorzio del paese, tutti eravamo eccitati sia per sapere la quantità e la qualità prodotta ma, soprattutto, per ricevere quei tanto sospirati soldi che avrebbero soddisfatto quei bisogni da tempo palesati alla mamma. Si decise di inoltrare domanda per un posto di lavoro sicuro. Concetta in bicicletta andò fino a Casalbuttano per ritirare il modulo previsto e fu così che il papà Battista venne assunto dalle ferrovie dello stato, quale casellante. Concetta non dimenticherà mai il giorno del suo primo salario: Battista quel giorno, con tutti quei soldi in tasca, se la prese anche con la corriera che andava troppo piano, tanta era la voglia di mostrarli in casa. Arrivò raggiante di luce propria, chiamò tutti, c’erano anche i nonni. Iniziò a stendere sul tavolo quei fogli color rosso da 10.000 lire, uno ad uno, affiancati come se volesse coprire il tavolo. Li contammo. Ero frastornata, mi sentii anche mancare e mi dovetti sedere. Se so mio morta che’l de le ……..un miracol, se se prope un miracol.

Arrivò alle Fontane, inviato dal parroco, un frate Antoniano a proporre per il più alto dei figli una educazione religiosa, in collegio, a Rivoltella del Garda. Virgilio partì e rimase in quel collegio per tre anni. Il nonno avvertiva nel naturale decorso della vita l’avvicinarsi della vecchiaia e con essa quel desiderio di vedere le famiglie dei propri figli ben piantate su radici solide e sane, come quelle dei suoi platani. Infatti il nonno si interessò attivamente dei suoi nipoti, si sentiva ancora chiamato alla loro crescita. Agnese si ricorda: durante il periodo scolastico, era il nonno Girumì che andava alla scuola a ritirare la pagella, in bicicletta dalla cascina “le fontane” sino a Verolanuova. Seduto di fronte agli insegnanti non riusciva a domare l’agitazione e davanti ad ottimi risultati gli occhi gli si annegavano nelle lacrime. Luigino racconta del suo giorno della Cresima: tutti i cresimandi, con i loro padrini e madrine, sul sagrato della chiesa parrocchiale, aspettavamo l’arrivo del Vescovo. Il nonno con la mano sulla mia spalla mi tratteneva da tutte le possibili distrazioni. S’accorse che delle persone giravano sul sagrato con coccarde da attaccare sulla giacca dei bambini. Persone che per guadagnare qualche soldo furbescamente confondeva la gente sull’importanza di una coccarda quale ricordo della cresima. Il nonno non disponendo di soldi, oppure, sapendo quanto a lui costavano questi sempre troppo scarsi soldi, stizzito mi obbligò a rifiutare la coccarda anche se tutti gli altri ce l’avevano: devi dire “ non mi piace e non la voglio”. E così ho fatto. Nel 1963 Agnese iniziò a lavorare presso l’artigiano Gozzetti come apprendista di calzificio. Agnese e Virgilio parteciparono al concorso, indetto dalle ferrovie dello stato, Agnese non venne assunta a causa della sua bassa statura nei confronti della manovella del freno d’emergenza. Successivamente lavorò nel calzificio Ciocca. Anche Virgilio iniziò a lavorare alla Mivar bauli di Quinzano.

Successivamente lavorò presso le ferrovie dello stato, a seguito della graduatoria del concorso. Il giorno della malattia, che appartiene alla vita, stava per arrivare e giunse presto per il nonno, inaspettato per quell’età. Come un fulmine che tramortisce ancora nel vigore la grande quercia, Agnese lo trovò steso sul letto tramortito da un ictus cerebrale.Sopravvisse ma il suo corpo, un tempo nervoso ed agile, era diventato la sua prigione. Di quell’infelice periodo Agnese ricorda: ero alla guida del trattore, che trainava un carro di fieno che dovevamo condurre in cascina, il nonno seduto al mio fianco mi aiutava indicandomi come fare, purtroppo, entrando nel portone incastrai il trattore ed il carro, presa dal panico mi misi a piangere, mentre il nonno cercava di tranquillizzarmi prendendosi la colpa. Il 31 marzo 1964, 46 anni fa, nasceva Agostino che dire: la torta c’era già era arrivata la ciliegina, o meglio il fico. Nonna Beatrice, per la sua presenza fattiva nella famiglia del figlio Battista e della nuora Concetta, ancora oggi viene ricordata come la mano della Provvidenza. Nonna Beatrice era piccolina con due occhi vivaci e le guance sempre rosse, la sua allegria era contagiosa, ma ciò non fa dimenticare i suoi richiami alla disciplina, al dovere ed alla parsimonia. Agostino si ritiene miracolato: da piccolino quando ancora gattonavo, venni salvato da un intervento del nonno Girumì, che, già ammalato, quel giorno era seduto sotto il portico.

"so! matei ndom che le za tarde”

Giunse in cascina, alle Fontane, “ al macil” con un carretto trainato dal cavallo per prendere delle balle di fieno. fermò il cavallo facendolo rinculare vicino al fienile ed iniziò a caricare il carretto. Il gattone Agostino: mentre inseguivo una palla od un pulcino, mi infilai sotto il carretto. Il nonno vide la scena e si rese conto del pericolo ma la sua immobilità e le corde vocali paralizzate rendevano impossibile un suo intervento, doveva reagire per evitare una terribile disgrazia. Infatti “al macil” dopo aver legato il carico, inconsapevole di ciò che stava per accadere, si avviò verso le briglie del cavallo e slegò il nodo che lo tratteneva al pilastro. Quando il carretto fu pronto per partire il nonno Girumì si trovò davanti al cavallo e lo fermò. Vinse, per un momento, la sua infermità e salvò il suo nipotino dalle ruote del carretto.

Anche i gemelli sono ormai cresciuti e Cesare ricorda che all’età di sei, il pomeriggio dopo i compiti, aiutava il nonno nella stalla: prendevo “la furca” e la infilavo nel mucchio dell’erba fresca con tutta la forza a disposizione e poi con una energia, insolita in un bambino, trasportavo e spingevo tutta l’erba possibile verso la mangiatoia; Il nonno Girumì vedendo questo cumulo d’erba che si spostava come per magia, si avvicinò. Mi mostrai al nonno, mi prese la testa fra le sue mani, mi arruffò i capelli e lo vidi piangere. Giuseppe, l’altro gemello, ricorda il giorno di S. Martino del 1967: quel giorno, dopo la scuola, noi bambini giocavamo, mi parve anche più del solito, nel nostro territorio di stradine sterrate e di fossi da saltare. Tornammo a casa e mi recai di corsa in camera: non c’erano più i mobili. Rimasi sconvolto, non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Uno scappellotto della nonna Beatrice mi chiarì: cosa fai ancora qui, ti stavamo cercando, stiamo partendo, andiamo via da qui. Nel cortile della cascina i mobili erano già sistemati sul carro, venni preso e calato sopra anch’io. Stavo lasciando per sempre la mia casa, i miei luoghi preferiti, i miei nascondigli. Vedere con me i miei fratelli mi rese il distacco meno difficile: mal comune mezzo gaudio. Giungemmo in paese, in via Sandrini “ Belvidì” dove mio padre e mia madre decisero di acquistare una vecchia e cadente cascina. Dei bambini si avvicinarono incuriositi ed io vedevo, in punta di piedi oltre le sponde del carro, un altro mondo che ci stava accogliendo. Il nonno Girumì invecchia rapidamente e dopo un paio d’anni nel 1969 muore, circondato da 17 nipoti. Il capo stipite, fiero dei suoi nipoti, lascia quale eredità il suo entusiasmo, e la sua capacità di saper cogliere nell’impegno quotidiano ed a volte nel sacrificio la gioia di vivere. Iniziarono i lavori di ricostruzione sia della stalla che della casa e del bel cortile panoramico, con vista sul parco della Savarona. Tutto ciò avveniva sotto il sempre vigile controllo del papà Battista, infatti ogni muro che si costruiva ed ogni pilastro che si alzava era sottoposto al suo infallibile colpo d’occhio e critica costruttiva.

Sono di questo periodo i matrimoni della secondogenita Agnese con Gabriele Galeazzi ( 10.5.75), e di qualche mese dopo, del primogenito Virgilio con Maria Ayala ( 17.10.75). Papà Battista si rendeva conto di dover cercare altre opportunità, adeguate alla sua numerosa famiglia. Infatti, Alessandro e Luigino desideravano legare il loro avvenire all’agricoltura ed all’allevamento di mucche da latte e così, poi, fecero Giuseppe, Cesare ed Agostino. Perciò erano consapevoli del passo che stavano per intraprendere, perché bene soppesarono sia la quantità di tempo e sia anche la fatica fisica che questa attività richiedeva. Sembra che calzi alla perfezione il Dettato biblico: …..col sudore della tua faccia mangerai….. Quindi la passione per il lavoro in aperta campagna ebbe il sopravvento, ed ecco che l’occasione di acquisto della vecchia fornace, sita in località Mezzullo nel parco dell’Oglio, venne presa al volo. Il papà Battista volle piantare un olmo proprio il giorno del contratto notarile. Oggi pianta rigogliosa, esuberante e maestosa soprattutto all’inizio della primavera, quando tutta coperta di fiori bianchi, ospita centinaia di uccelli che cantano l’inizio di una nuova stagione. Questo olmo, che avverte ogni spiraglio di vento, è la sua presenza, il suo sprone, par di sentirlo il suo vocione: “ so! matei ndom che le za tarde”. Questo olmo è stato e sarà, per tutti noi, un pensiero fisso……. una preghiera. La vecchia fornace era stata costruita su di un piccolo pianoro, in un ambiente spazioso, ma la struttura esistente poco o nulla aveva in comune con un cascinale agricolo. Pertanto i progetti di ricostruzione si accavallavano ma, il timore che venisse fatto il passo più lungo della gamba, poneva un energico freno ad ogni iniziativa. Il papà Battista era il riferimento, colui che decideva ogni passo con estrema parsimonia. Le sue parole ancora vengono ricordate: il mondo è stato creato in sette giorni biblici, siete giovani non dovete avere fretta, ogni cosa a suo tempo in base alle necessità ed alla disponibilità.

In questo periodo venivano contratti i matrimoni: di Beatrice con Luigi Bonali, di Alessandro con Oachi Ayala, di Luigino con Rosetta Rossini, L’anno 1981 ricorda anche la morte della nonna Beatrice Traversi all’età di 85 anni. Se ne andò all’improvviso, durante l’ora del pranzo, alla presenza dei suoi nipoti sbigottiti. Fecero seguito i matrimoni: di Giuseppe con Giuliana Cesari, di Cesare con Resi Erconi. di Agostino con Silvia Facchetti. Il nonno Battista ha assistito a tutte queste cerimonie matrimoniali ed anche ai parecchi Battesimi e Cresime, dei suoi nipoti; giornate di festa da lui molto partecipate ed animate da un orgoglio incontenibile, come del resto nulla poteva contenerlo, al mostrare la sua famiglia. La sua prematura morte (20.7.1993) , un tumore, dopo parecchi mesi di lotta ha avuto la meglio. Ora, dopo circa trent’anni dall’acquisto, la cascina intitolata alla nonna Beatrice ed alla mamma Concetta è stupendamente accogliente sia per chi vi vive e lavora ma anche per chi vi arriva. Le mucche da latte riposano in una stalla ombreggiata da un boschetto di olmi, ontani, e querce, mentre la stalla dei buoi è fiancheggiata da un filare di noci e dall’olmo piantato dal papà Battista. Nella primavera del 2010, Cesare e Giuseppe hanno interrato, circa 1500, virgulti di platano sia in zone della cascina che lungo le rive dei fossi irrigui dei campi circostanti. La cura dell’ambiente e per l’ambiente non si ottiene, soltanto, da gesti estemporanei o magari improvvisati e compiuti, a volte, anche per altri scopi, ma è un lavoro di tutti i santi giorni, che coinvolge chi, questo amore per il creato, lo sente nelle viscere. Infatti, la loro grande difficoltà incontrata, non è stata quella di assecondare la natura, a tal punto da ottenere un prodotto di ottima qualità, come il latte delle frisone, ma bensì nel dover difendere la loro attività da politiche agricole non adeguate alla loro realtà.

Quindi sono stati costretti ad inventarsi altre soluzioni, come acquistare una fatiscente porcilaia, per poter diversificare la produzione, costruendo una nuova stalla con i migliori conforts per i maiali, nonché rifacendo di sana pianta tutti gli impianti per il lavaggio ed il riscaldamento. I liquami vengono raccolti in tre nuove vasche per la loro maturazione. Inoltre per limitare la produzione del latte hanno attivato l’allevamento di una razza bovina in via di estinzione la “ bianca padana”, caparbiamente voluta da Alessandro. Questa razza garantirà un latte qualitativamente eccezionale, anche se di limitata quantità, ma nel contempo la sua carne squisita li ricompenserà. Hanno assunto, in una organizzazione professionale, il loro riferimento politico ed economico. Giuseppe, perito agrario iscritto nell’apposito albo, è divenuto per la stessa associazione uno stimato ed apprezzato riferimento. “Dal produttore al consumatore” questo slogan si spera permetterà di sopravvivere ad una crisi che tutti attanaglia. Quindi verranno macellati alcuni dei loro maiali per farne insaccati e carni che, poste sottovuoto, saranno vendute in pacchi famiglia, con consegna a domicilio. Anche i loro buoi di razza “ bianca padana” verranno macellati e, sempre sottovuoto, le loro carni saranno vendute in pacchi famiglia, con consegna a domicilio.

Responsabile del marketing è Giuseppe. Responsabile allevamento dei bovini Agostino Responsabili allevamento maiali Alessandro e Luigino Responsabile funzionalità della cascina Cesare Responsabile della logistica Virgilio Nonna Concetta, una mamma che nella sua faticosa quotidianità ha allevato una famiglia, assai rumorosa e numerosa, quando la sopravvivenza non era un calcolo mensile ma giornaliero. Una mamma e vedova sempre indaffarata nella sua umile utilità anche quando i figli erano cresciuti. Una mamma e nonna consapevole delle gravi difficoltà in cui versa oggi l’agricoltura, ha avuto l’occasione di parlare al ministro della repubblica italiana, per le politiche agricole, Luca Zaia in visita alla cascina, evidenziandogli la gravosità di un lavoro malamente riconosciuto.(scalcagnacc de tocc. ) Una mamma e nonna ancora oggi, ad 86 anni, la sua presenza è immancabile ed operosa all’ora della colazione: una partecipazione attenta ai discorsi dei figli e di numerosi nipoti pronta a dire la sua ma nel contempo a condividere qualsiasi lavoro che il suo Alessandro voglia intraprendere. Una mamma e nonna da ringraziare per un elenco infinito di attenzioni, di suggerimenti pratici, di consigli soppesati, frutto di una esistenza spesa per il bene della sua grande famiglia. Una nonna circondata da 25 nipoti e 5 pronipoti, è di questi giorni la notizia che la famiglia sta per crescere ancora. Le sue rose rosse sempre saranno il suo benvenuto a tutti coloro che arriveranno nella sua cascina “ Beatrice – Concetta” sita nel parco dell’Oglio di Quinzano in provincia di Brescia. ps. un giorno mentre stavo dipingendo la parete di fronte all’entrata della cascina le dissi che si poteva fare una nicchia per una madonnina. Bene! la compro io la statua dell’Immacolata Concezione. Sai, il mio nome è Concetta. I miei ragazzi guardandola si ricorderanno anche di me ed entrambe sorveglieremo. Espresse queste parole tutte d’un fiato, come se un grande desiderio le si stesse realizzando. Il desiderio si è già realizzato. nb. Abbiamo voluto farvi partecipi di questa nostra storia familiare, anche per sottolineare una cosa che già saprete: nulla viene da sé ma tutto proviene da una storia.

Dedicato ad Agnese

Gabriele G.

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